giovedì, febbraio 28, 2013

Elezioni 2013 ex post

I risultati elettorali hanno modificato il panorama politico del nostro paese. Le urne ci hanno dimostrato che una parte della popolazione è molto arrabbiata con la classe politica e chiede con forza rinnovamento e riforme. Le percentuali raggiunte dalla nuova formazione del Movimento 5 stelle fanno prevedere che bisognerà tenere conto di queste richieste. Il centro sinistra, a cui una parte della popolazione rinnova la fiducia, continua a non comprendere le logiche comunicative e non riesce a sacrificare il criterio gerarchico al risultato (inteso come interesse generale), esigenze che se soddisfatte forse avrebbero permesso di raggiungere un numero maggiore di voti. Il partito dei tecnici, moderati per definizione del suo leader, di cui l'elettorato non ha gradito le manovre di risanamento forse giudicate troppo unilaterali, non ha raggiunto il numero di voti che sperava. E il partito destituito "d'ufficio" alla fine del 2011, dato per agonizzante fino a pochi mesi fa, ha trovato sorprendentemente ancora adesioni. Nonostante il suo dirigente abbia fatto molto di quello che un uomo che rispetta la legalità non dovrebbe fare e il suo stile di vita sia degno del peggior cinepanettone, quasi uno su tre degli aventi diritto lo ha votato. Ovvero ha creduto che la magistratura lo stia perseguitando da ormai vent'anni (per motivi che vanno dall'invidia per il patrimonio accumulato all'appartenenza ad una realtà politica materialmente scomparsa da decenni). E ha creduto che avrebbe restituito i soldi delle tasse sugli immobili (e che lo ha fatto sono stati in maggioranza i più bisognosi, giustificati da un lato dall'indigenza ma che proprio perchè in tale condizione andavano tutelati e non sfruttati).

In Parlamento si comincia a parlare di ipotesi di coalizioni, ma gli equilibri si preannunciano molto difficili da gestire.
E quest'anno finisce il settennato del Presidente della Repubblica.
I paesi europei, e il mondo, ci guardano.
Alcuni non senza manifestare preoccupazione.

mercoledì, febbraio 20, 2013

Elezioni 2013

Sto seguendo con particolare interesse la campagna elettorale quest'anno. Al consueto interesse per il futuro del paese si aggiungono i motivi di studio in quanto sono iscritto all'ultimo anno del corso Magistrale di Comunicazione Pubblica e Politica all'università di Torino e partecipo ad un Laboratorio di Comunicazione Politica. In particolare per quest'ultimo ho monitorato la copertura della campagna elettorale italiana sui giornali esteri. L'Italia e la sua politica resta per molti analisti stranieri un'incognita da quanto ho potuto dedurre leggendo gli articoli degli ultimi due mesi del NYTimes, del Guardian, dell'Economist, della Reuters, della BBC, per citare solo la parte anglofona della ricerca. I giornalisti fanno fatica a comprendere, come del resto facciamo anche noi italiani sempre più spesso, la persistenza di uno zoccolo duro di personaggi politici che non vengono sostituiti nonostante la dimostrata incapacità di portare a termine quanto promesso nei loro programmi di volta in volta proclamati come risolutivi per i problemi della penisola. Alcuni auspicano il ritorno di Monti, anche se sanno che non riuscirà da solo a governare. Altri vedono in una vittoria del Pd la possibilità di realizzare le riforme necessarie anche se sono perplessi sulla coesione della possibile coalizione di governo. Alcuni speravano in Renzi, in previsione di un cambiamento nella sinistra. Altri sono incuriositi da Grillo e dalle sue proposte, dai risultati raggiunti nelle ultime elezioni amministrative, dal suo background di comico e dal suo utilizzo del web. Tutti comunque citano Berlusconi, riconosciuto come grande affabulatore, stupiti dal fatto che si sia ripresentato dopo essere stato sostituito "d'ufficio" poco più di un anno fa, e dalla nostra permissività per quanto riguarda il suo modus vivendi.

E tutti si augurano che gli italiani diano una prova di coraggio e impongano una reale svolta al Paese alle prossime elezioni.
Per il bene della nostra nazione ma anche dell'Europa e dell'Euro.

Intanto in questi giorni la campagna elettorale sul territorio continua.
Ho seguito molte delle apparizioni dei nostri leaders politici in queste ultime settimane. Per quanto riguarda gli interventi in video, restringendo l'analisi su quanto ho visto ieri sera (LA7 19 feb 2013), un sempre poco comunicativo Bersani ha aperto ad una manovra che abbia come fine un rilancio dell'occupazione, un sempre troppo "tecnico" Monti si è difeso dalle accuse di incompetenza in ambito economico appena ricevute e ha dato una definizione del concetto di moderato che lo tratteggia perfettamente e che, a mio avviso, dovrebbe preoccupare Bersani e la sinistra per il raggiungimento di riforme comuni, e un sempre uomo di spettacolo, con doppiopetto da cerimonia e i capelli disegnati, Berlusconi ha ripetuto, senza vigore, le solite proposte shock, ormai disinnescate perchè impraticabili. 

John Peet, un editorialista dell'Economist, in un'interessante analisi sul nostro paese e sul suo futuro dopo il voto dichiara:
"Italians do need to wake up at some point and do something!".

will we? 

l'intervista a John Peet sull'Economist * on line (eng)

lunedì, febbraio 18, 2013

“True democracy is the resistance of people armed with truth against lies.”

Lunch and dinner with Julian Assange, in prison

author
John Keane
Professor of Politics at University of Sydney

Everybody warned this would be no ordinary invitation, and they were right. Three hundred metres from Knightsbridge underground station, just a stone’s throw from fashion-conscious Harrods, I suddenly encounter a wall of police. I try to remember my instructions. Look straight ahead. Avoid eye contact. If asked my name, reply with a question. Ask who authorised them to ask. Climb the stone steps. Act purposefully. Appear to know exactly where you’re heading. I don’t.
Through a set of double doors, I’m confronted by more police officers, this time armed, with meaner faces. “Good afternoon”, I say politely, as I edge towards the receptionist. “I’ve an appointment at the Ecuador embassy. Am I at the correct address?” “Ring the brass bell”, grunts the bored-looking man squatting at his desk. A few minutes later, after some confusion about whether or not my name’s on the appointments list, I’m ushered inside. I’m greeted by the personal assistant of the most wanted man in the world. “Julian is taking a call,” says the well-spoken and debonair young man in black-rimmed glasses. “I’m terribly sorry. Please do have a seat. Would you like some tea, or coffee, or polonium, perhaps?” There’s a smile, but it’s pretty faint. I know I’ve reached my destination: a prison with wit and purpose.
The deadpan irony sets the tone of the lunch and dinner to come. The silver-haired “high-tech terrorist” (Joe Biden’s description) appears quietly, dressed in crumpled slacks, a V-necked pullover, socks. He’s relaxed, and welcoming. The quarters are cramped. We shuffle down a corridor into his office, where we occupy a desk covered in laptops and cables and scraps of paper. It’s black coffee for him and tea for me. I offer gifts that I’m told he’ll like. Popular delicacies from down under: a couple of honeycomb Violet Crumbles, chocolate biscuit Tim Tams, a bottle of Dead Arm shiraz from my native South Australia. I know he likes to read. Lying on his desk is a biography of Martin Luther, the man who harnessed the printing press to split the Church. To add to his collection, I hand my pale-skinned host a small book I’ve mockingly wrapped in black tissue paper with red ribbon, tied in a bow. The noir et rouge and dead arm pranks aren’t lost on him. Nor is the significance of the book: José Saramago’s The Tale of the Unknown Island. Inside its front cover, I’ve scribbled a few words: ‘For Julian Assange, who knows about journeys because there aren’t alternatives.’
I’d been told he might be heavy weather. Fame is a terrible burden, and understandably the famous must find ways of dealing with sycophants, detractors and intruders. People said he’d circle at first, avoid questions, proffer shyness, or perhaps even radiate bored arrogance. It isn’t at all like that. Calm, witty, clear-headed throughout, he’s in a talkative mood. But there’s no small talk.
I tackle the obvious by asking him about life inside his embassy prison. “The issue is not airlessness and lack of sunshine. If anything gets to me it’s the visual monotony of it all.” He explains how we human beings have need of motion, and that our sensory apparatus, when properly “calibrated”, imparts mental and bodily feelings of being in our own self-filmed movie. Physical confinement is sensory deprivation. Sameness drags prisoners down. I tell how the Czech champion of living the truth Václav Havel, when serving a 40-month prison spell, used to find respite from monotony by doing such things as smoking a cigarette in front of a mirror. “Bradley Manning did something similar,” says Assange. “The prison authorities claimed his repeated staring in the mirror was the mark of a disturbed and dangerous character. Despite his protestations that there was nothing else to do, he was put into solitary confinement, caged, naked and stripped of his glasses.”
Life in the Ecuador embassy is nothing like this. It’s a civilised cell. After eight months, Assange tells me, the embassy staff remain unswervingly supportive, friendly and professionally helpful. They get what’s at stake. When delivering messages, they knock politely on his office door, as they did more than a few times during our time together. Yet despite feeling safe, Assange feels the pinch of confinement. He says the “de-calibration” (he uses a term borrowed from physics) that comes with “spatial confinement” is a curse. That’s why he listens to classical music, especially Rachmaninov. He has boxing lessons (gloves are on his study shelf) and works out several times a week (“just to get the room moving around”) with a wiry ex-SAS whistleblower. The need for variety is why he welcomes visitors and why, judging from the long and animated conversation to come, he’s desperately passionate about ideas.
[...]

continue on theconversation.edu.au *