giovedì, giugno 28, 2012

Sono tempi duri

Sono tempi duri. Ormai sono anni che lo sentiamo dire. Intanto i governi che hanno portato al tracollo l'economia non investendo e affidando tutto alla capacità imprenditoriale dei privati (che in Italia non ha prodotto niente di valido a livello mondiale da svariati decenni, voglio ricordare) sono ancora lì. Senza che per i loro disastri abbiano perso il posto, abbiano visto intaccato il loro prestigio da parte di un elettorato che sembra essere assolutamente incollato ad un voto che non dipende dai risultati raggiunti nell'ultima legislatura ma piuttosto da scelte fatte in gioventù in base a motivazioni ancestrali, tramandate di padre in figlio, derivate da un'educazione che niente ha a che fare con la politica intesa come programmi, scelte di governo, alternanza democratica. Sono così e basta. Ogni tanto una piccola frangia di indecisi si compatta, si accende una speranza, trova un leader che li rappresenti. Ma, almeno finora, quando è ora di decidere, di votare, restano tristemente ai margini di un ambito cristallizzato, in una vita politica da sit com, un teatrino che ripete all'infinito trame e disegni, ermeticamente sigillato in una bolla. I media riportano i colpi di scena, le boutades, regolarmente smentite il giorno dopo o a distanza di qualche settimana, e presto dimenticate, con il solo scopo di produrre commenti che scivolano via, ma che, in maniera irreale, diventano "discorso politico" per molti cittadini. Chiacchiere da bar narrate da corporation mediatiche multipiattaforma miliardarie ancora irrimediabilmente legate al volere del notabilato, come nell'800.
E certamente con una realtà politico-sociale di questo tipo non possiamo pretendere una classe imprenditoriale diversa da quella che abbiamo. Aboliamo l'articolo 18, sovvenzioniamo le banche che hanno prodotto la crisi, delocalizziamo senza freni, lasciamo che dalla Confindustria arrivino sempre e solo lamentele, distruggiamo lo stato sociale in nome del neoliberismo (quello stesso che ha prodotto la crisi ndr).
Dalla crisi non si esce senza investimenti, senza una ripresa dei consumi. Ma i soldi per gli investimenti non possono che essere statali, nelle logica dell'imprenditoria italiana. Una classe di imprenditori di razza come possiamo dedurre: in grado di fare business con i soldi pubblici e di chiudere immediatamente appena c'è il sentore di una crisi di settore o di delocalizzare, dopo aver sfruttato al massimo l'azienda e i dipendenti. E non bastano le modifiche dello Statuto dei Lavoratori, mortificare i sindacati - ad esempio non riassumere se non costretti dalla legge i lavoratori che sono iscritti alla Fiom ndr -, aver ridotto il mercato del lavoro ad un mercato degli schiavi. Non basta.. e non basterà mai. Perchè questi non sono imprenditori. Sono "manager" che amministrano soldi non loro, senza responsabilità sulla gestione o capacità di innovazione. Senza l'acutezza di prevedere un futuro diverso, di affrontare dei rischi. Guardiamo la lista degli iscritti a queste associazioni di categoria: sono tutti figli di , parenti di , o portaborse. Una oligarchia che si autoalimenta e si perpetua. Nessun Olivetti all'orizzonte, nessuno che pensi ad un possibile ruolo sociale delle imprese. Quello che hanno in mente è mantenere il livello di vita che già hanno o migliorarlo, e se c'è crisi scappare all'estero e/o lamentarsi. A Londra il mercato immobiliare di lusso è dominato dagli acquirenti italiani da qualche mese. E non sono lavoratori dipendenti.
Innovazione? Proposte? Rischi?
Non questi qui.

p.s. Avrei un'amara testimonianza sulla realtà dei media italici che ho deciso di condividere. La settimana scorsa l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che il gas prodotto dalla combustione del diesel ha certamente effetti cancerogeni. Su tutti i media (che si rispettino) del pianeta  la notizia è stata riportata con preoccupazione. in Italia ne hanno parlato solo i giornali di settore e  addirittura su un sito - Automoto.it, legato alla ConfIndustria ndr - si smentiva la notizia riportando una dichiarazione che asseriva "i diesel hanno contribuito a pulire l'aria"..


da la Repubblica * on line

da Automoto.it * on line

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