venerdì, aprile 15, 2016

Referendum abrogativo del 17 Aprile 2016

La Costituzione

Parte II

Ordinamento della Repubblica

Titolo I

Il Parlamento

Sezione II

La formazione delle leggi


Articolo 75

E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

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Domenica 17 Aprile - Referendum abrogativo per proporre l'abrogazione della norma che concede di protrarre le concessioni per estrarre idrocarburientro 12 miglia nautiche dalla costa italiana sino all'esaurimento della vita utile dei rispettivi giacimenti. Se il referendum approverà l'abrogazione, le concessioni giungeranno alla scadenza prevista senza poter essere rinnovate ulteriormente.  info 

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Andiamo a votare. Se non altro per rispetto verso l'istituto del referendum e per testimoniare la nostra partecipazione democratica attiva ad una classe politica che ci vuole sempre più esclusi dalla gestione del potere.

sabato, novembre 14, 2015

noi e loro

14 novembre 2015
Una serie di attentati, al momento si ritiene perpetrati da cellule dormienti appartenenti a estremisti islamici, uccidono più di 120 persone e ne feriscono 200 in Francia e i media, assolvendo la loro funzione di portavoce dell'opinione pubblica e principalmente della rappresentanza politica della stessa, propongono senza pausa interpretazioni, interviste, dichiarazioni, immagini del e sull'accaduto.

12 novembre 2015
Due attentatori suicidi, anche loro ritenuti appartenenti a cellule si presume legate all'estremismo islamico, si sono fatti esplodere in una area a forte densità commerciale a Beirut in Libano provocando 43 vittime e molti feriti.
i media internazionali, almeno quelli di origine occidentale hanno comunicato la notizia ma l'enfasi era molto più contenuta, niente interviste poche immagini, nessuna dichiarazione dei politici nazionali.

La nuova modalità in cui in cui si è trasfornato il concetto di guerra, il terrorismo, comporta differenti metodi di comunicazione dei fatti.
Inoltre, diversa è la sensibilità che dimostriamo, noi, i nostri portavoce e i nostri/loro rappresentanti a quanto accade in base alla vicinanza o alla distanza dal luogo dove avvengono.
Leggere su un giornale, tra i resoconti della giornata politica o sportiva magari in ufficio o al bar o sentire in un reportage dal video mentre si cerca il programma preferito che in un lontano paese che non sapremmo neanche trovare sulla mappa, ci sono state delle uccisioni o essere subissati di notizie su ogni canale e con ogni mezzo di comunicazione che sia successo in un paese vicino, se non geograficamente almeno come senso di appartenenza valoriale, provoca in noi tutti reazioni molto differenti.
Intanto perchè seppur spesso facedo fatica ad ammetterlo, abbiamo il timore di poter essere anche noi vittime di attentati dello stesso genere.
Che possa succedere qualcosa a noi. Molti dei servizi su quanto è accaduto a Parigi terminano con la paura del ripetersi di tali scenari nel nostro stesso paese, nella nostra capitale.
Poi perchè, più o meno consapevolmente, siamo convinti di essere i buoni, di non meritarci di essere uccisi  da una bomba o da un proiettile per strada, mentre, loro, quelli che abitano a Beirut (ma molte altre potrebbero essere le località) forse un poco si, essendo così diversi da noi, di un'altra cultura, religione, lingua, anche se poi queste differenze, vengono inevitabilmente meno una volta conosciuta la realtà quotidiana di questi territori, paesi,nazioni, continenti.
Retorica, si dirà.
Resta il fatto che distinguere un "noi" e un "loro" non è giustificato da altro se non l'ideologia.
Razionalmente una comunità per popolosa che sia dovrebbe tendere al bene comune, non a enfatizzare apparenti diversità.

Almeno questa è la teoria.
Purtroppo non è facile, non siamo gli esseri razionali che pretendiamo di essere, almeno se si tratta di fare concessioni a sconosciuti.
Diventiamo iper razionali solo quando monetizziamo.
Questa la grande minaccia per il futuro dell'umanità.

sabato, luglio 04, 2015

Vinceranno i cittadini dell'agorà o i tecnocrati della finanza?

Domenica 5 luglio la democrazia deve affrontare ancora una volta una prova importante. Del resto una forma di governo che richiede la partecipazione dei suoi elettori non può e non deve - importante questa doppia formula - delegare ai suoi rappresentanti decisioni così importanti. La rappresentanza non è un mandato imperativo per gli eletti ma nondimeno deve essere una delega al buio, in cui, una volta ogni 4 o 5 anni (a volte prima, ed è accettabile, a volte dopo, ed è un male) scegliamo più o meno direttamente dei rappresentanti e poi ci dimentichiamo della politica. Per fortuna in Grecia Tsipras se lo ricorda che la sovranità appartiene al popolo. In Europa ogni tanto ultimamente se lo dimenticano.
Nel nostro paese ad esempio la politica non la facciamo più. Confondiamo competenze con visibilità, programmi usa&getta tecnocratici e principi. Nei teatrini patetitci e ripetitivi che vediamo in TV, nelle narrazioni che leggiamo sui "giornali" nazionali, i politici e gli esperti danno l'impressione di far parte di una sit-com ormai, dove personaggi in cerca di fama e/o mandati allo sbaraglio dai loro padroni urlano concetti che non saprebbero spiegare, affermano bugie spacciandole per verità, dimenticando che nella maggior parte dei casi ciò di cui si lamentano con il signore/la signora che li confronta è il risultato del loro comune agire di qualche anno prima (perchè  alleati in una coalizione). Ma della politica dei valori, di quella non si parla più. Cancellata, confusa con l'ideologia, in trame ripetute all'infinito e col tempo diventate realtà scritte da ottusi storyteller che leggono una trama redatta da manager eterodiretti a loro volta dai quartieri generali di Greedyland.

Intanto domenica un popolo decide della sua preferenza tra democrazia e tecnocrazia, in forma di diktat da parte di potentati economici. Probabilmente, e noi lo auspichiamo, sarà la democrazia a vincere e i greci saranno, nonostante il deficit, nonostante colpe oggettive nalla gestione della cosa pubblica in passato, artefici di una nuova stagione del concetto di democrazia e manderanno un monito forte per ridisegnare le priorità dell'Unione (monito che arriva anche dai risultati delle ultime elezioni spagnole). Del resto furono i loro antenati che inventarono il concetto stesso di democrazia - dimenticarlo, per conto di istituzioni economiche e cancellare la storia, sarebbe criminale.
Vinceranno i cittadini dell'agorà o i tecnocrati della finanza?
Vincerà l'idea stessa su cui è fondata l'Europa, quella della fratellanza, dei valori comuni, della politica come terreno per la deliberazione e per la politica che governa la cosa pubblica con progetti a lungo termine, fondati sui principi di eguaglianza e libertà e non solo accomunata da progetti di crescita economica?
O l'opera di distruzione di quell'idea pura di condivisione di genti e culture che era l'Europa nelle sue origini continuerà?


Ad maiora


p.s. Dopo che avranno assorbito la vittoria di Tsipras e l'apertura a nuove e fresche idee di Europa, vedremo se madame DDR e soci si ricorderanno di porre un ultimatum, quello si necessario, all'Ungheria e alla sua pretesa di costruire un muro per fermare i migranti. Stavolta non risultato di una guerra mondiale e dello scontro tra due fazioni ma della decisone autonoma di un paese membro della democraticissima (a parole) e ricca (con pareggi di bilancio costituzionalizzati) Europa.

giovedì, dicembre 25, 2014

Democrazia o governabilità?

Aristotele, Politica, libro III, capitolo 11, 1281b

"Sulle altre questioni si deve fare un altro discorso. L'affidare il governo alla maggioranza più che a una minoranza di cittadini dabbene sembra costituire una soluzione che, pur portando con sé alcune difficoltà, ha forse anche qualche sostanziale verità. I più, ciascuno dei quali non è un uomo buono, possono tuttavia, se presi tutti insieme, essere migliori di pochi, non di ciascuno ma della loro totalità, come i banchetti organizzati con contribuzioni di più persone sono migliori di quelli organizzati da una sola persona. Infatti, essendo in molti, ciascuno ha la sua parte di virtù e di saggezza, sicché dalla loro unione si ottiene una specie di uomo solo dotato di molti piedi, di molte mani e capace di ricevere molte sensazioni; che da ciò avrebbe innegabili vantaggi anche nel comportamento e nell'intelligenza. Perciò anche sulle opere di musica e di poesia è migliore il giudizio dei più, perché ognuno separatamente preso ha la sua particolare competenza, mentre tutti insieme sono in grado di giudicare della totalità dell'opera. Ma gli uomini dabbene differiscono dalla maggioranza, presa individualmente nei suoi membri, come i belli differiscono dai non belli e i disegni artificiali dai loro modelli, in quanto in quelli sono state riunite in una sola tutte le bellezze che in natura sono sparse, ma, preso elemento per elemento, può darsi che sia meglio avere l'occhio di questa persona o un altro membro di un'altra piuttosto che quella del dipinto." [...]

Poche parole tratte da un classico potrebbero aiutarci a comprendere come la governabilità non sia uno dei traguardi che si prefigge la politica se democratica.
Deliberazione e pluralismo invece si.
Il decisionismo pretende di raggiungere rapidamente gli obbiettivi che si prefigge ma se il decisore fosse un burattino in mano a poteri forti o invisibili la comunità ne avrebbe beneficio o danno?

Buone feste

martedì, aprile 08, 2014

1925

Dal 2005 i rappresentanti che mandiamo (o che i partiti vogliono mandare, più precisamente) in Parlamento sono eletti con la legge n.270 del 21 dicembre, definita dal suo stesso autore il porcellum.
Il 4 dicembre 2013 questa legge è stata dichiarata incostituzionale.
Nel frattempo abbiamo assistito più o meno passivamente all'avvicendamento di svariati personaggi alla guida del Paese, tutti intenzionati a riformare, risolvere, rottamare senza per altro che le condizioni di vita dei cittadini abbiano registrato il minimo miglioramento, anzi.
Ora abbiamo un presidente del consiglio eletto dal partito che ha avuto il maggior numero di voti, diverso da quello che guidava la coalizione alle elezioni del 2013 (il che porterebbe a dedurre che siamo una partitocrazia e non una democrazia, a ben guardare).
Un presidente del consiglio eletto dalle primarie di uno dei partiti che ha vinto le elezioni con una legge elettorale incostituzionale.
Fatto di una gravità eccezionale.
E invece di andare alle elezioni con il proporzionale come richiederebbe la sentenza della corte costituzionale (vedi post precedente), come consiglierebbe una normale pratica democratica, senza parlare del buon senso, si lavora per riformare il procedimento legislativo, abolendo il bicameralismo, e quindi il Senato, e accentrando tutti i poteri legislativi nella sola Camera. 
Inutile dire che il Senato avrà funzione consultiva - considerato il modus operandi dei nostri passati governi, essa risulterà superflua e non servirà in nessun modo a influenzare le decisioni della Camera - e risulta incomprensibile come un Senato non elettivo possa essere legittimato a occuparsi di materia costituzionale ed elettorale, di trattati internazionali, di diritti fondamentali della persona, di commissioni d'inchiesta
Inutile dire che questa modifica servirà a ridurre le spese della macchina governativa: bastava ridurre il numero e la remunerazione dei parlamentari esistenti. 
Inutile dire che l'iter legislativo risultava troppo macchinoso con il bicameralismo: se in Parlamento sedessero persone che si impegnano per l'interesse generale e non per i loro interessi particolari, l'iter non sarebbe così lungo - e comunque la deliberazione è vitale nel procedimento democratico.
Una società che permette questo tipo di intrallazzi ha perso ogni fiducia in quel concetto di democrazia che ha guidato le azioni dei padri fondatori della nostra Repubblica oltre che nella classe politica.
E' un'opinione pubblica che, talvolta inconsapevolmente, tende ad assorbire passivamente informazioni manipolate ad hoc dai giornali e dalle televisioni - e anche Internet spesso ricade nelle stesse logiche. 
I media, che si nutrono di vendite pubblicitarie e aderenze politiche, operano prediligendo consumo e ricerca dell'audience, sfruttando colpevolmente gli istinti più bassi del lettore/spettatore da un lato e facendo da megafono alla voce del padrone dall'altro, a danno dei valori fondamentali necessari alla sopravvivenza di una comunità.
Così la richiesta di riflessione e di rispetto delle regole diventa, etichettata negativamente, "conservatorismo", gli atti dovuti dei governanti vengono magnificati e riportati come conquiste, le banali dichiarazioni di un qualsiasi politico straniero sulla situazione italiana viene riproposta come condivisione di interessi e assensi sull'operato del governo.
Siamo tornati alla propaganda orchestrata dal Ministero della Cultura Popolare e non ce ne siamo neanche resi contro.
Siamo tornati alla lista unica, chiamata oggi grande coalizione.
Stiamo tornando ai sindacati unici con la continua erosione dei diritti dei lavoratori nel nome della flessibilità, assolutamente inutile in assenza di richieste da parte del mercato del lavoro.
Stiamo tornando al Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato, che non deve rispondere del suo operato al Parlamento (l'attuale macchina dei partiti più l'abnorme premio di maggioranza e gli sbarramenti previsti dall'italicum sono la prova del tentativo in atto).
E stiamo permettendo la trasformazione di fatto dell'ordine costituzionale della Repubblica, ad opera di soggetti che non avrebbero autorità in merito, con la scusa della governabilità.
Stiamo tornando ad uno dei periodi più bui della storia del nostro paese.
Stiamo tornando al 1925.

sabato, febbraio 01, 2014

Solo il proporzionale è democratico

Presto ci saranno le elezioni: a maggio sicuramente quelle Europee di cui i partiti politici italiani, troppo occupati a coltivare il proprio orticello, sembrano assolutamente disinteressati, e, probabilmente, a breve anche quelle nazionali.

I politici vogliono, come ormai sappiamo, innanzitutto essere rieletti, e per farlo devono convincere i cittadini ad andare a votare.

Allora, consapevoli del disinteresse degli italiani per la politica alimentato dal malcontento generale nei confronti di questa classe politica, per farci credere che vogliono rinnovarsi si ripropongono vecchi partiti, si eleggono nuovi segretari-rottamatori, sempre facendo attenzione a non alterare gli equilibri in atto - cioè continuando a regalare soldi alle banche (regole partecipazione BankItalia decreto Imu-BankItalia), permettendo che le industrie a cui hanno per decenni fornito agevolazioni e finanziamenti si trasferiscano fuori dei confini nazionali (FCA) e lasciando i lavoratori subire soprusi senza proteggerli (Electrolux), in nome di un capitalismo di rapina che, in definitiva, è solo in grado di convogliare risorse nelle tasche di chi già ne possiede moltissime.

L'ultimo escamotage per convincerci della voglia di cambiamento sembra essere la riforma elettorale.

La sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato la vecchia legge elettorale, il "porcellum" di calderoli, non costituzionale per diversi motivi.
Intanto perché, come si legge nelle motivazioni depositate dalla Consulta nel gennaio del 2014, non poter esprimere le preferenze significa alterare il rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti e coartare la libertà degli elettori nell'elezione dei propri rappresentanti in Parlamento.
E poi, perché, con il premio di maggioranza, permette una eccessiva sovra-rappresentazione che può produrre una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.


Ora, assodato che l"italicum", in quanto prevede premio di maggioranza e nessuna preferenza - oltre ad una soglia di sbarramento fatta apposta per eliminare le minoranze - è molto simile al "porcellum" - una legge elettorale che per la Consulta produce una "grave alterazione della rappresentanza" -, chi si propone per fare la riforma elettorale?


Due personaggi che non siedono neanche in Parlamento, due soggetti non legittimati in alcun modo a farlo: un pregiudicato espulso dal Senato e un segretario di partito.


Attraverso un uso propagandistico dei media (Tv, giornali, radio) l'intenzione è, incredibilmente, convincere l'opinione pubblica che questo progetto di riforma elettorale sia testimonianza della volontà di rinnovamento dell'intera classe politica, ma questa non è la verità.


La verità è che la sentenza della Corte Costituzionale, è cosiddetta autoapplicativa, ovvero prevede che, una volta cancellato il vecchio sistema elettorale resti in vigore un proporzionale puro, quindi senza premio di maggioranza e con la possibilità per l'elettore di esprimere una sola preferenza.
(forse è utile chiarire il significato del termine "proporzionale puro": un sistema proporzionale è definito puro quando la percentuale dei seggi assegnati ad ogni partito corrisponde esattamente alla percentuale dei voti ottenuti sul piano nazionale.
ad esempio, un partito che ottiene il 25% dei voti avrà un quarto dei seggi; un partito che ottiene il 4,5% dei voti avrà il 4,5% dei seggi, etc.
e non è previsto alcun premio di maggioranza)

E il ritorno al sistema proporzionale, è un pericolo che l'attuale classe politica non sembra voler correre, per il terrore di veder distrutto il lavoro di decenni di alleanze e connivenze che ha creato questo sistema opprimente per la vita democratica del paese.

E forse li spaventa anche la possibilità di veder tornare a votare gli astenuti, che nel 2013 sono stati quasi il 25%, 11.726.288 su un totale di 46.905.154, uno su quattro dei cittadini aventi diritto di voto.

Andiamo a votare con un sistema proporzionale, l'unico garante della democrazia.
E restituiamo il paese ai suoi cittadini.


qui * la sentenza della Corte Costituzionale

mercoledì, dicembre 25, 2013

Miseria e nobiltà

E' di nuovo periodo di feste. Sempre più impoverite, con gli stessi programmi televisivi (almeno negli ultimi 10 anni, tanto che se non vedo nel palinsesto "Una poltrona per due" non so che è Natale, ormai..).
E con gli auguri, a volte stropicciati da parte di persone che non vedi mai e che pretendono di rimanere in contatto con un sms o una mail, solitamente condivisa con una lista di persone, estrema indicazione dell'importanza che abbiamo nell'esistenza del mittente. Un Natale che ci vede nella stessa o peggiore situazione a livello economico e politico degli anni passati. Di recente una alta carica dello Stato si è vista costretta a criticare apertamente un decreto legge-minestrone che il governo trasversale, quello della governabilità innanzitutto, era pronto a votare. Intanto niente riforme elettorali. Niente riforme intese a migliorare l'esistenza delle persone. Siccome in questo periodo è consuetudine fare dei resoconti dell'anno appena trascorso, vorrei fare un'analisi della situazione, ma, invece di parlare delle cose in termini assoluti, ripercorrere il cammino inverso e spostare tutto nel piccolo, auspicando che riportare il discorso in termini più usuali ci permetta di comprendere meglio. Immaginiamo di essere una piccolissima comunità, composta solo da una famiglia di 5 persone (due figli, maschio e femmina, mamma e papà, nonna), un insegnante, un personaggio molto facoltoso, un malavitoso, un uomo politico (es. sindaco). La famiglia si è impoverita negli anni: la mamma che prima lavorava come guida turistica ora è a casa e il papà lavora part-time perché l'azienda dove era stato assunto sta delocalizzando per permettere al proprietario (il ricco) di avere ancora più soldi. La nonna prende la pensione e questo le permette di aiutare l'economia casalinga. I due figli stanno per finire le scuole superiori e in famiglia si deve decidere cosa fare l'anno prossimo: mandarli all'Università o a cercare un lavoro. Uno dei figli, il maschio, a forza di sentire che anche da laureati non si trova lavoro, non vuole continuare gli studi. E passa i pomeriggi al bar dove è diventato amico del malavitoso, che è rispettato da tutti e guadagna bene con le slot machine dove ogni tanto anche la nonna gioca nella vana speranza di vincere qualcosa per incrementare le entrate della famiglia. Il ricco è ricco e non ha bisogno di lavorare. Non ha nessuna voglia di impegnare il suo patrimonio per creare occupazione - preferisce giocare in Borsa, è più sicuro: se perde non paga. Aprire una nuova attività, che potrebbe creare un impiego per il ragazzo, e migliorare la situazione generale del piccolo paese, non gli interessa e al sindaco va bene così. Il primo cittadino giustifica l'operato del ricco straparlando di fantasticherie neoliberisticheggianti, e non ha investito le esigue disponibilità comunali per restaurare l'unica risorsa storica del paese, che dava lavoro anche alla nostra mamma, ma ha prosciugato i fondi pubblici per celebrare la sua immagine e in cene, massaggi, auto blu, mutande verdi: l'unica cosa che veramente gli interessa è essere rieletto e avere uno stipendio, quindi non contraddice i potenti. L'insegnante ha sempre meno risorse per fare nuovi corsi, vorrebbe fare ricerca ma non può. Continua a sperare che, come in altri paesi occidentali, il politico si renda conto che, per un paese che pretende di essere avanzato, la soluzione del problema dell'occupazione non sta nell'abbassare le garanzie del lavoratore per avvicinarlo alle condizioni di lavoro dei paesi del terzo mondo ma nella collaborazione tra veri imprenditori (che in questo paese, come avrete notato, non esistono ndr) e la ricerca fatta nelle Università, per produrre innovazione. La ragazza, che per fortuna si è presto resa conto di non poter sperare di vivere dignitosamente sposando il figlio del ricco, si iscriverà all'Università e dopo anni di studio partirà, probabilmente senza più tornare, per un paese che invece fa delle politiche per l'innovazione. Il nostro paese-campione quindi presto avrà una persona in meno, anzi due perché il docente non avrà più nessuno a cui insegnare e dovrà andarsene, anzi tre perché nel frattempo anche la nonna è mancata e con lei la sua pensione - così che la mamma e il papà ora vivono nell'indigenza. Restano anche il ricco, il malavitoso, il sindaco e il ragazzo - che adesso fa manutenzione alle slot machine del malavitoso nei bar della zona, senza contratto, ferie e contributi. Il paese è destinato a scomparire ma al ricco, che potrà sempre trasferirsi altrove con tutti i suoi soldi, non interessa, come non interessa al malavitoso, i cui affari con le slot machine, la droga, la prostituzione, la finanza continuano a rendere e a cui, oltre tutto, cambiare aria ogni tanto fa solo bene. Il sindaco troverà una nuova arena e avrà un altro incarico, sostenuto dai potenti che non ha disturbato. Invece la mamma e il papà, dopo una vita passata nella speranza di avere un lavoro, per loro e per il resto della famiglia, e vivere onestamente, rimarranno nel vecchio appartamento, sopravvivendo a stento tra una pensione minima e un continuo aumento del costo della vita, con ancora in casa il "ragazzo", ormai di mezza età, con uno stipendio saltuario e senza futuro.
(E quando anche loro passeranno a miglior vita, i due anziani cittadini, tutto considerato, avrebbero senz'altro il diritto, facendo appello alla residua integrità e ad un poco di ironia, di far incidere sulle lapidi l'articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana:

"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."

E, poco sotto, di far aggiungere anche l'iconcina di uno smile che ride forte, fino alle lacrime.)

Buone feste.


Aggiornamento: l'altro giorno ero in un hard discount e, passando vicino all'uscita, ho sentito un cliente chiedere al cassiere dove erano i panettoni da 1,30 €. E quando gli è stato risposto che erano finiti, questo misero soggetto ha detto serio e un po' seccato "ma come, ero venuto apposta.. volevo distribuirli ai miei operai!". Il cassiere ha fatto un cenno con la testa e, distogliendo lo sguardo nobilmente, ha continuato a lavorare.

domenica, dicembre 15, 2013

Notevole..

Notevole è il paese i cui cittadini partecipano attivamente alla sua gestione, svegliarsi con il sorriso, augurare la buonanotte a chi ti è caro, capire senza aver bisogno di spiegazioni, lavorare per il bene comune, dimenticarsi di mangiare, capire quando è il momento di dire no, andare a dormire tardi per finire un lavoro importante con piacere, la serenità che viene dall'aver compiuto il proprio dovere, ricevere un regalo inaspettato, poter contare sugli altri, un pensiero innovativo, una conversazione feconda, cercare di migliorare la vita delle persone, raggiungere un obbiettivo dopo molti sforzi, un cenno d'intesa, accontentarsi, saper tacere, il sole dopo la tempesta, rendersi conto dei propri limiti, la natura, stare bene con se stessi, continuare a sperare, guardarsi allo specchio e piacersi, un libro che non riesci a smettere di leggere, l'equilibrio, la ragione umana, riuscire ancora ad emozionarsi, avere voglia di imparare..

Brillante è un provvedimento che funziona, una sentenza corretta, strappare un applauso ad un pubblico ostile, condividere, una risata, smettere di focalizzarsi sull'assoluto e trovare soddisfazione nella ricerca del suo raggiungimento, riuscire a spiegare con parole semplici un concetto difficile, vedere i risultati dell'insegnamento, la filosofia, saper scegliere in tempo, prendere la mano di qualcuno, impegnarsi per il bene comune, lo sguardo di una donna innamorata, andare oltre, vivere tentando di ridurre l'impatto ambientale della propria esistenza, liberarsi della zavorra, avere consapevolezza del proprio ruolo all'interno della comunità, superare i momenti difficili..

Splendido è l'esempio di uomini integri e motivati, che hanno continuato a credere e impegnarsi per una causa che consideravano giusta..

Doveroso è provare ad emularli.

domenica, dicembre 08, 2013

Misero..

Misero e' il paese che non ha più cittadini, rubare la voglia di vivere, pretendere senza dare, confondere l'amore con i doni, i vani o le rendite, costringere un animale in gabbia, far assistere il proprio figlio ad un pesante alterco, delocalizzare l'azienda e lasciare a casa gli operai per comprarsi uno yacht, vivere nel privilegio, generalizzare, il partito politico senza programmi, non finanziare la cultura e lasciare spazio all'ignoranza, permettere che la gioventù non abbia fiducia nel futuro e nella collaborazione, un terreno abbandonato dopo esser stato troppo sfruttato, costringere qualcuno ad aiutarti, russare durante uno spettacolo in un luogo pubblico, aspettare una festività solo per i regali, invecchiare senza diventare saggi, rubare la speranza, vivere di ripicche, approfittare dei deboli, illudere, trovare sicurezza nelle imposizioni, mentire spudoratamente, ostinarsi a non capire, confondere la morale con l'economia e lo spettacolo con la politica, essere costretti a disturbare la gente al telefono per campare, essere convinti di aver una risposta per tutto, applaudire ancora prima che l'ultima nota di un brano musicale abbia terminato il suo volo nell'aria e lasciato spazio al silenzio, vivere per apparire, rubare ai poveri, essere prepotenti, credere che l'acqua non sia un bene comune, non ammettere i propri errori, vivere per consumare, non fare il proprio dovere, non saper tacere, essere neoliberisti nonostante tutto, usare la governabilità come scusa per esistere, misera è la pianta costretta artificialmente ad accelerare la sua crescita, la signora che regala 2€ alla passeggera sul bus che il controllore trova per l'ennesima volta con il biglietto contraffatto, la vita senza sorrisi..

Triste è l'anziano che non ha più voglia di vivere, l'esistenza senza conquiste o sconfitte, vivere in un paese senza cittadini, lo strumento abbandonato, l'animale che vive in gabbia, non essersi mai potuti permettere una vacanza, una bandiera sporca e dimenticata nel vento, un'esistenza di ricordi altrui, il professore privato del tempo per spiegare ai suoi allievi, una gioventù senza fiducia nel futuro e nella collaborazione, non riuscire più a credere nella politica, il sorriso del mendicante, la vita senza passioni, il nascondere lo sguardo di chi fruga nell'immondizia, stordirsi per sopravvivere, non avere altri interlocutori che il cane, non avere lavoro, destinare la tredicesima a pagare le bollette, non riuscire più neanche a sognare, vivere di illusioni, non poter mantenere le promesse, non saper scegliere in tempo..

Terribile è il pensiero che la situazione di impasse sociale in cui viviamo potrà cambiare solo con l'aiuto di tutti, guardarsi intorno e avere poche speranze che ciò avvenga..

Doveroso è, nondimeno, continuare a provarci.

domenica, novembre 24, 2013

Di recente..

Di recente ho partecipato ad un incontro conviviale in provincia. Dopo l'iniziale euforia per esserci ritrovati, alcuni di noi non si vedevano da una decina d'anni, presto i nostri discorsi sono diventati più legati alla quotidianità, influenzati dalle esperienze che abbiamo vissuto e dalle nostre situazioni personali. E, avendo percorso un buon tratto dell'esistenza, almeno per le aspettative dell'occidente, quasi subito chi si avvicinava al nostro tavolo poteva captare parole come "famiglia" - le progenie ora sono in età universitaria - "pensione" - anni di attesa prima di, finalmente, raggiungere l'età pensionabile, e entità delle medesime una volta percepite - "malattie", nel migliore dei casi identificabile con un calo della vista generalizzato ecc. Durante la cena, complice forse il vino che aveva cominciato a fluire abbastanza liberamente (non più come lo avrebbe fatto venti anni fa ma comunque..), dopo aver esaurito i convenevoli, ed esserci aggiornati sulle situazioni personali, dopo aver confermato la persistenza di un numero elevato di anime semplici che vivono di se e di ma e continuano a non essere consapevoli del fatto che siamo la somma delle nostre scelte quotidiane, il discorso è passato alla situazione generale e quindi alla politica.
Parlare di politica, qui come altrove, non è confrontare programmi o alternative possibili (del resto sparite anche nelle comunicazioni delle segreterie dei partiti, quasi a tutti i livelli, siamo costretti a riconoscere).
E' lamentarsi.
Il malcontento sull'aumento delle presenze dei sovente invisi extracomunitari (salvo assumerli con retribuzioni basse nelle fabbrichette locali), sul lento ma continuo erodersi delle potenzialità di questo piccolo angolo di mondo, dove poco per volta chiudono le scuole, i collegamenti diventano su gomma perché la ferrovia è giudicata un "ramo secco", le produzioni delle fabbriche cessano, non si fanno investimenti sulle attività ricettive per ammodernarle togliendo anche quel residuo barlume di velleità ad un settore che una volta contribuiva in modo significativo all'economia della valle - situazione che può tranquillamente riassumere quella dell'intero paese, intanto per la realtà degli extracomunitari ma poi anche per l'istruzione pubblica cronicamente colpita da tagli ai finanziamenti e di conseguenza all'offerta formativa, per i trasporti (dagli aerei fino al trasporto locale passando dai treni), per le produzioni delocalizzate, per il turismo che non siamo in grado di gestire come dovremmo pur avendo ereditato un patrimonio culturale/naturale unico al mondo - ha preso il sopravvento nelle nostre conversazioni ma, se ognuno aveva una sua particolare lagnanza, la totalità concordava sul fatto che la responsabilità della situazione non era la loro.
E' della "classe politica". 
O del destino, verrebbe da credere a momenti.
Anche qui i problemi locali non vengono sentiti come una responsabilità dei cittadini in quanto parte integrante dello Stato, ma sempre altre, degli amministratori e di conseguenza dei politici - se possibile, anche contro le evidenze, i politici della fazione opposta, e ove non possibile, rintanandosi dietro un "tanto sono tutti uguali" - che non sembrano eletti dai cittadini ma entità autonome, che esistono indipendentemente dalla nostra volontà.
I politici, quelli nazionali in particolare perché hanno più esposizione mediatica - l'unica che conta per la nostra società -, sono diventati come i protagonisti di una telenovela, in cui i personaggi ci appassionano istintivamente non razionalmente, e che non muoiono mai o se muoiono poi, in base alle risposte dell'audience, rinascono o vengono rimpiazzati da un personaggio simile, per non alterare gli equilibri della trama "vincente" - nel nostro caso parlerei di "perdente" ma la legge dello spettacolo esige che the show must go on! - in cui nulla muta sotto un'apparente continuo dibattito per il cambiamento. E' una mediocrazia la nostra in cui il già non ben frequentato teatrino viene rappresentato attraverso le continue dicerie sulle diatribe, su "questo/a ha detto quello" e "questo/a gli/le ha risposto così", come nella trascrizione di un discorso tra comari, una chiacchiera che non ha altra realtà di quella dei suoi protagonisti che pretendono di essere il centro del mondo. Persa in un mondo di costante incertezza, senza più ideologie, in continua campagna elettorale, e per questo costretta a non avere programmi a lungo termine, soggiogata dalla comunicazione mediatica, di cui una buona parte non conosce i meccanismi (almeno al centro sinistra), la politica decide per noi ma è sempre più lontana da noi. Sono i demagoghi della propaganda mediale che, seguendo le regole dell'audience, remunerati in base all'audience - ma con un conflitto di interessi ormai congenito che premia i dipendenti del tycoon - in questo scenario che si disgrega, dettano le regole, confondendoci fino a non permetterci più di distinguere tra realtà e finzione, ostacolando la visione del totale enfatizzando continuamente il particolare, impedendoci di discernere tra un politico morto e uno vivo, comunicando sound bites che condizionano il nostro modo di pensare alla politica, trasformandoci in spettatori che non sono interpellati a decidere il palinsesto ma costretti a finanziarne le spese di gestione (dicesi governabilità in politichese mediatico).
Siamo cittadini che si lamentano inutilmente, per sfinimento, dalle pretese depotenziate dalla paura della crisi economica, dell'impiego, della famiglia, della politica, della difficoltosa garanzia del mantenimento dei diritti sociali che abbiamo considerato acquisiti per generazioni, che non hanno più il coraggio di opporsi a nulla perché la macchina del fumo, l'oracolo della verità, fa scomparire le diffuse e legittime proteste dai notiziari, o le strumentalizza a suo uso e consumo, sfiancando la volontà di cambiamento.
Considerati impreparati politicamente e intellettualmente per avere delle reali risposte ai problemi, utili per votare ma non per proporre, siamo condizionati costantemente  da una comunicazione "uno a molti", imposta dall'alto. E lo spettacolo che ci viene offerto, non è, come alcuni vogliono farci credere, quello che vorremmo o che abbiamo scelto: è che decenni di pessime performance di questa che è diventata la nostra politica hanno talmente abbassato le aspettative degli spettatori che molti vedono come sopportabile, quasi naturale, anche questo immondo guazzabuglio.
Anche chi parla di cambiamento grazie ad una democrazia diretta perché interattiva (comunicazione "molti a molti") mente consapevolmente: in Italia quasi una persona su due non ha un collegamento ad Internet (novembre 2013) e, tra chi è connesso, chissà quale è la percentuale che non si collega esclusivamente per controllare Facebook, leggere la Gazzetta o peggio.